La Napoli che incanta.

Napoli è stata veramente una gita fuori porta, durata pochissimo di cui sentiamo già la mancanza.

Arrivati il sabato di buon’ora, abbiamo percorso il Miglio Sacro, un itinerario chescende” da Capodimonte attraverso le Catacombe di San Gennaro e arriva nel cuore del quartiere Sanità. Questo tour vi consentirà di scoprire luoghi bellissimi e nascosti della città:

  1. Catacombe di San Gennaro.
  2. Basilica di San Gennaro extra moenia.
  3. Basilica di Santa Maria della Sanità.
  4. Cripta delle Catacombe di San Gaudioso (esterno).
  5. Basilica di San Severo fuori le mura e Cappella dei Bianchi con visita esclusiva all’opera “Il figlio velato” di Jago.
  6. Palazzo Sanfelice e dello Spagnuolo.
  7. Porta San Gennaro.

La visita ha inizio dalle Catacombe di S. Gennaro, disposte su due livelli non sovrapposti e caratterizzate da ambienti molto ampi, rispetto a quelli delle catacombe di Roma, poiché scavate nel tufo napoletano, materiale facilmente lavorabile e nello stesso tempo resistente. Scendiamo nel livello Superiore della Catacomba dove si è subito immersi in questa antica città fatta di gallerie, cubicula, arcosoli, loculi a parete o scavati nel suolo.

In un arcosolio del VI sec. è raffigurata una famiglia con una bambina al centro, morta all’età di soli 10 anni. Le vesti preziose ed i gioielli suggeriscono che trattasi di una famiglia agiata, ma la vera particolarità di questo affresco è di essere composto da tre strati sovrapposti, infatti alla morte di ogni componente della famiglia, l’affresco veniva ridipinto

L’espansione della Catacomba Superiore avvenne a cominciare dal V secolo a seguito della traslazione delle reliquie di S.Gennaro in questa catacomba, che da lui poi prese il nome.
La catacomba infatti divenne un luogo di pellegrinaggio e un luogo ambito di sepoltura e da qui la necessità di scavare altre gallerie e cubicula per dar modo di essere seppelliti più vicino possibile al Santo.

Finito il tour sotterraneo siamo riemersi in uno spazio caotico, con una moltitudine di voci difficili da distinguere, motorini sfreccianti e musica ad alto volume proveniente da una palazzina sopra il nostro naso, dove tre bambine ed un cane si affacciavano al balcone in canotta, improvvisando balletti con il piumino della polvere. Napole è un bel caos.

Eravamo nel Rione Sanità e qui la bellezza è ovunque, scritta sui muri, nei vicoli, nel profumo dei panni stesi e in quello irresistibile di fritto.

Ci siamo addentrati nel mercato di vie delle Vergini, in un brulichio di gente che si muoveva da una bancarella all’altra, tutte colorate, colme di ogni tipo di merce in bella vista, con cartelli a volte anche molto bizzarri e fantasiosi.

Ai margini di piazza Cavour, l’ingresso del Palazzo dello Spagnolo, quasi nascosto dall’affollato mercato locale. Si tratta di uno dei più antichi ed affascinanti palazzi nobiliari di Napoli, capolavoro dell’architetto Sanfelice. Oggi il palazzo è divenuto un condominio e la sua proprietà è divisa tra molteplici famiglie.

Sempre lungo via Sanità vi è anche il Palazzo Sanfelice, simbolo del passato nobiliare della città partenopea, di quegli anni d’oro in cui Napoli era una delle capitali europee.

Il Palazzo si presenta grigio, in netto contrasto con il vicino Palazzo dello Spagnolo che appare restaurato e dai colori vivaci. Tuttavia, forse, è proprio questo suo aspetto trascurato a conferirgli l’enorme fascino di cui gode oggi, immortalato anche in tanti film e serie televisive.

Nel Rione Sanità – forse più che in altri luoghi – l’arte di strada (street artist) viene spesso usata per denunciare, per far conoscere, comprendere e per sensibilizzare. Lo fa Banksy e lo segue Jacopo Cardillo, in arte Jago, l’artista di Frosinone di fama internazionale, che ha scolpito, il Figlio Velato. L’opera nata a New York ha trovato la sua collocazione a Napoli e racconta la storia di un bambino, vittima innocente delle scelte degli adulti. È una storia di criminalità, di migrazioni, di stragi e di sacrifici inaccettabili. Un’opera che parla da sola.

Nel pomeriggio ci siamo dirette al Monastero di Santa Chiara, risalente al 1310, voluto dal re Roberto d’Angiò e sua moglie. Probabilmente fu proprio sua moglie che decise di realizzare questa piccola cittadella francescana, forse per rendere omaggio al suo desiderio represso di vita monastica. Tra i pittori che affrescarono la Basilica annessa al Monastero, Roberto D’Angiò chiamò anche Giotto. Purtroppo del passaggio di Giotto a Napoli, in Santa Chiara, restano solo piccoli frammenti.

Molto poetico il chiostro maiolicato delle Clarisse, trasformato nel 1742 da Domenico Antonio Vaccaro con pilastri, intervallati da sedili maiolicati con motivi agresti, marinari e mitologici. Il connubio tra gli accesi colori delle maioliche e il profumo degli agrumi riporta in Andalusia.

Il complesso monumentale di Santa Chiara è sopravvissuto negli anni e al susseguirsi di vicissitudini che lo hanno messo in pericolo, non ultimo il bombardamento aereo del 1943 che sventrò la basilica riducendolo in macerie. Seguirono restauri piuttosto incisivi.

Dal monastero è semplice arrivare in via San Gregorio Armeno, famosa in tutto il mondo per i suoi presepi. Qui la tradizione presepiale ha origine antica e il mestiere di solito viene tramandato di padre in figlio. È difficile descrivere a parole o con immagini la moltitudine di botteghe, negozietti e bancarelle coloratissime, che sono aperte tutto l’anno.

Sempre nel centro storico di Napoli è tornata visitabile la Chiesa di Santa Luciella ai Librai, famosa e conosciuta come la Chiesa del teschio con le orecchie. Dalla Sacrestia poche scale conducono allIpogeo, luogo dedicato alle sepolture e al culto delle anime “pezzentelle”.

Nel 1656, periodo tristemente noto per l’epidemia di peste, chi perdeva la vita veniva seppellito nelle fosse comuni e per questo motivo si perdeva l’identità dei cadaveri che non potevano più essere pregati nei luoghi di memoria. Da qui derivò l’usanza di adottare un teschio, una capuzzella, di cui prendersi cura per offrire conforto alle anime del Purgatorio in cambio di una grazia.

Quando i miracoli chiesti si avveravano, le donne erano solite ricompensare le capuzzelle portando in dono degli ex voto, spesso dalle connotazioni tipiche del miracolo ricevuto. All’interno della Chiesa di Santa Luciella se ne notano infatti di ogni tipo e spesso rappresentanti le parti del corpo che erano guarite proprio per merito della grazia ricevuta.

All’interno dell’Ipogeo è possibile notare una capuzzella davvero molto particolare rispetto alle altre: un teschio che sembra avere le orecchie e per questo motivo considerato speciale rispetto agli altri in quanto più “ricettivo” alle preghiere, da qui “Chiesa del teschio con le orecchie”.

Recenti studi condotti dai paleopatologi hanno in realtà stabilito che si tratta di un fenomeno di distaccamento dalle pareti laterali del cranio. Oggi molti visitatori si uniscono al culto della “capuzzella” lasciando nell’ipogeo bigliettini con preghiere.

Napoli è veramente bella e il Rione Sanita’, che spesso non viene inserito nell’itinerario di viaggio è stato dirompente, energico e bello.

Il giorno dopo dovevo mantenere una promessa fatta a Giada e siamo state al Gran Cono del Vesusio. E’ stato veramente bello ed emozionante.

Lo spettacolo davanti ci offriva una delle più belle vedute sul Golfo di Napoli.

Vedere il Vesuvio da vicino, anzi, avere il cratere principale ad un palmo dal naso, che in alcuni punti sbuffa è straordinario. Ne La Ginestra Leopardi scriveva che, nonostante la sua presunzione, l’uomo può nulla contro la natura, che l’uomo è infinitamente piccolo. Sul camino vulcanico ci si sente veramente piccoli, ma circondati da maestosa bellezza.

Prima di tornare a casa siamo ritornate indietro verso Napoli per scoprire uno dei borghi più belli della zona. Il porticciolo di Posipillo, “Mare Chiaro”.

E’ una domenica di Gennaio che sa di primavera, che corre. Ci sono 17 gradi in questo angolo colorato che profuma di mare.

La Campania sorprende sempre.

Roma antica, 2°giorno

Il nostro appartamento si trovava nel quartiere Rione Monti, una posizione davvero strategica e molto tranquilla, a pochi passi dal Colosseo, che con la sua imponente struttura e l’aurea mitica si staglia limpido all’orizzonte.

Abbiamo acquistato i biglietti attraverso una piattaforma specializzata, poiché comprarli direttamente dal sito del parco è stata un impresa pressoché impossibile, anche settimane prima della partenza.

Il Colosseo, originariamente conosciuto come Anfiteatro Flavio, è un monumento iconico di Roma, costruito nel I secolo d.C., durante il governo degli imperatori della dinastia Flavia e poteva ospitare fino a 80.000 spettatori. Era utilizzato per una varietà di eventi pubblici, tra cui giochi gladiatori, battaglie navali simulate, cacce di animali selvatici e rappresentazioni teatrali.

La mattina era dedicata alle “venationes”, ossia la battaglia e la caccia di animali selvatici. Conclusa la caccia, e rimosse le carcasse, l’anfiteatro era pronto per le esecuzioni, gare di atletica e spettacoli comici. Al tramonto arrivava il momento più atteso della giornata, quello dei combattimenti tra gladiatori, che si sfidavano fino alla morte o alla resa di uno dei due.

Fa strano pensare che in questa arena gladiatori e prigionieri si affrontavano in combattimenti all’ultimo sangue per dare spettacolo all’imperatore.

Usciti dal Colosseo siamo entrati nell’area dei Fori Imperiali, un vero labirinto tra resti dei fori costruiti da Cesare, Augusto, Nerva e Traiano.

Fu il brillante intelletto di Cesare a partorire la geniale idea di erigere il primo sito e nel 46 a.C. iniziarono i lavori.

Nel Medioevo i fori subirono un lento ma inesorabile processo di demolizione e molte perle del complesso archeologico sparirono, per lasciare posto ai primitivi complessi urbani di case popolari e edifici religiosi. Per fortuna negli anni 30, prese il via il progetto finalizzato a restituire al mondo questo splendido museo a cielo aperto.

Dopo un piccolo spuntino ci siamo avviati al Pantheon. Costruito nel 27 a.C. da Agrippa e riedificato da Adriano (110-125). Inizialmente era luogo di culto pagano, per divenire poi una chiesa cristiana e mausoleo di uomini illustri (i re d’Italia Vittorio Emanuele II e Umberto I).

La cupola del Pantheon è un vero gioiello di tecnologia che ha retto a 2000 anni di terremoti. Venne costruita seguendo una tecnica d’avanguardia che usava materiali sempre più leggeri mentre ci si spostava verso l’alto. Al culmine c’è una grande apertura detta oculus’, l’occhio dal quale penetra l’unica fonte di luce che ha consentito gli studi di astronomia. Si dice che nel Pantheon non piova mai. In realtà l’apertura crea un “effetto camino” cioè una corrente d’aria ascensionale che porta alla frantumazione delle gocce d’acqua. Così, anche quando la pioggia fuori è battente, la sensazione è che all’interno piova meno. Centralmente, sul pavimento, ci sono poi fori di drenaggio, che impediscono il formarsi di pozzanghere.

Proseguiamo verso la bellissima fontana di Trevi e ci fermiamo per le foto, non dimenticando di effettuare il rituale lancio della monetina. La Fontana di Trevi è un capolavoro barocco di marmo bianco che contrasta con il turchese dell’acqua della vasca. Raffigura il dio marino Oceano su un carro trainato da cavalli guidati da tritoni. E’ una delle location più amate e conosciute di Roma, sempre particolarmente affollata.

Dalla Fontana di Trevi raggiungiamo Piazza di Spagna, la scalinata brulica di gente.

Prima di partire ho l’abitudine di stilare una lista di luoghi particolari da vedere e nell’elenco avevo inserito l’ospedale delle bambole, in via Roma.


Avevo letto che trattasi un’officina storica che produce e ripara bambole, dal 1939. Avevamo immaginato un luogo di pura poesia, con tantissimi occhi di bambole di tutti i colori, ma anche braccia e gambe, i cosidetti pezzi di ricambio. Immaginate la nostra delusione nel vedere un restauratore poco incline, in quel momento, a spiegare perchè non ci fosse un reparto ospedaliero di bambole.

Ma non è stata questa la nostra meta finale.

Eravamo desiderosi di visitare la Basilica di San Pietro. Ed eccoci, dopo quasi 30 minuti a piedi, immersi nella omonima piazza, come piccole formichine. Attorno a noi i due colonnati semicircolari che conducono verso la Basilica posta al centro. La coda per entrare nella Basilica era abbastanza scorrevole e mancava veramente poco alla chiusura dei tornelli.

Superati i dovuti controlli, abbiamo varcato questo scrigno, dove sono conservate opere d’arte dal valore impareggiabile come la Pietà di Michelangelo, la Cupola di Michelangelo e, lungo la navata centrale, il Baldacchino di Bernini. La Basilica di San Pietro è incantevole, immensa e affascinante allo stesso tempo.

Termina così il diario di viaggio del nostro secondo giorno in Roma. Stanchi, affamati e con tanta voglia di riposare, decidiamo di risparmiare le ultime forze, cenando a casa dopo aver acquistato tutto il necessario presso il mercato Rione Monti.

La mia app “contapassi”, a fine serata segnava 14 km, 22.421 passi.

Nel cuore di Roma.

Come ogni anno ci siamo regalati alcuni giorni da vivere insieme e vi assicuro che non è semplice quando qualcuno vive all’estero e magari preferisce tornare a casa per riposare. Ma credo che poi tutto venga ricompensato dal viaggio sentimentale che viviamo.

Abbiamo deciso di tornare a Roma dopo quasi 15 anni, con occhi diversi per noi adulti, con una luce tutta nuova per Nicole e Giada che non sono mai state nella città eterea.

Siamo arrivati comodamente con il treno, ore 13 del 26 dicembre, alla Stazione Termini e abbiamo raggiunto l’appartamento dove il nostro premuroso host Alessandro ci stava attendendo. Abbiamo sistemato i bagagli e ci siamo diretti, senza esitare, verso Trastevere.

Ogni città ha al suo interno un vero e proprio scrigno, basta allontanarsi dalle solite rotte turistiche e perdersi tra i vicoli.

Con largo anticipo abbiamo prenotato una visita in uno dei luoghi più segreti e nascosti della città: la farmacia più antica, la spezieria di Santa Maria della Scala.

Eravamo in anticipo e nell’attesa siamo entrati nella Chiesa omonima che si trova accanto. Costruita nel periodo 1593-1610 per ospitare l’icona della Madonna della Scala che, nella tradizione, avrebbe miracolosamente guarito un bambino deforme dopo le preghiere della madre. L’edificio ospitava anche un’opera di Caravaggio, Morte della Vergine. Ma poiché il Caravaggio fu sospettato di aver utilizzato, come modella, una prostituta annegata nel Tevere, l’opera fu confinata altrove e sostituita da un’altra con titolo omonimo.

La farmacia si trova al primo piano del convento dei Carmelitani Scalzi, accanto alla Chiesa. Già mentre salivamo ci sentivamo avvolti da un’atmosfera magica. Dietro una porta maestosa si celava un passato fatto di composti-medicinali, un antico microscopio, vasi, bilance, erbe, mortai, un antico erbario e stampi per ricette. Ascoltavamo il frate, affascinati e avvolti dalle sue parole e da quella atmosfera di un lontano tempo passato.

La farmacia nacque nella prima metà del Seicento a cura dei Carmelitani, che, studiosi di chimica e ricercatori scientifici, si occupavano della coltivazione di piante e medicinali necessari alla loro salute e a quella di principi, cardinali e Papi. A fine Seicento, la Spezieria venne messa a disposizione di tutti, per curare il paese afflitto dalla peste.

I frati furono celebri inventori di due rimedi: l’acqua pestilenziale, ritenuta efficace contro la trasmissione e contagio della peste, e l’acqua di melissa, definita come calmante per disturbi isterici. I segreti di questi preparati, e non solo, sono custoditi in un rarissimo e preziosissimo erbario.

Il primo ambiente in cui si entra è la stanza delle vendite. Qui si resta incantati dagli alti scaffali lignei e, soprattutto, da un grande vaso, quello della teriarca, un farmaco composto di 57 sostanze diverse fra cui carne di vipera femmina non gravida, considerata un infallibile antidoto contro i veleni.

Nella sala a fianco, ci sono ancora le scatole in legno di sandalo, che custodivano le sostanze per la produzione dei medicamenti. Sulle ante degli armadi sono dipinti alcuni medici famosi dell’antichità tra cui Ippocrate, Galeno e Avicenna, Mitridate e Andromaco.

Segue un piccolo laboratorio dove venivano preparati i distillati medicamentosi e liquori ed una piccola stanzetta in cui si ritrova ancora una pilloliera che trasformava gli impasti in pillole. La spezieria della Scala è inattiva dal 1954, ma fino ad allora ha distribuito medicinali a prezzi moderati tenendo aperto al pubblico un ambulatorio gratuito. Oggi resta l‘alchimia del passato a guidare il visitatore, insieme ai suoi segreti.

Altra tappa fondamentale se sei a Trastevere è una passeggiata al giardino botanico, che nel periodo natalizio ti regala un ambiente fiabesco, tra installazioni luminose, giochi di luce e proiezioni.

Il percorso si snoda lungo un sentiero facilmente percorribile, dove le installazioni catturano gli sguardi dei bimbi e degli adulti, tutti con il naso all’insù alla ricerca di elementi fantastici. Ed è così che Giada vede delle fatine scendere lungo i raggi di luce proiettati nella Foresta di Bamboo.

Si prosegue tra origami che si colorano a suon di musica in un gioco di luce e controluce e l’installazione Carillon di Luci, interattiva, giocosa e divertente.

Trastevere è uno dei quartieri storici di Roma, portatore e custode dell’anima di una grande città. Camminare fra quei palazzi storici, alzare gli occhi al cielo e visitare almeno qualcuna delle numerose chiese è una tappa obbligatoria se si visita la capitale.

Un’atmosfera a volte intima, a volte frettolosa.

Per cena siamo rimasti in zona, in una trattoria, degustando un’ottima selezione di carni, in un’atmosfera  calda e familiare.

A conclusione del pasto un tiramisù con tanto di candelina da spegnere. Auguri Mamma! Credo che sarà un compleanno da ricordare.

Massafra terra magica.

Massafra è un gioiello incastonato nella natura, rappresentata qui in modo prorompente da suggestive gravine, che custodiscono antiche storie e preziosi habitat naturali. Questa gravina antropizzata già dal Neolitico, racchiude al suo interno un ambiente naturalistico ricco di grotte, aromi e mistero. Si contano ben 200 nuclei abitativi.

Il nostro trekking è iniziato con una vista mozzafiato sulla Gravina e sul santuario della Madonna Della Scala, che con i 125 gradini consente l’accesso sul fianco orientale della Gravina di Massafra. Il santuario è incastonato nella roccia ed è intitolato alla santa protettrice della città dal 1776. La storia del santuario trae origine dalla leggenda del “miracolo delle cerve” secondo cui, intorno al Trecento, due cerve braccate dai cacciatori s’inginocchiarono nel punto in cui vi era un affresco bizantino della Vergine. In memoria dell’evento, nel luogo del miracolo fu eretta una piccola cappella. L’affresco è ancora oggi il cuore del santuario.

Accanto alla chiesa c’è una cripta, al cui interno sono conservati un affresco del XIII secolo con la Madonna della Buona Nuova ed una bellissima S. Caterina d’Alessandria, riconoscibile dalla corona di regina e dalla ruota dentata del martirio.


Attraverso una porticina accanto alla chiesa e superando un ipnotico corridoio nella roccia, ci siamo ritrovati immersi in una lussureggiante vegetazione, nota come Valle delle Rose.

Lungo il percorso abbiamo visitato le grotte utilizzate come abitazioni, articolate in due o tre vani destinati a camera da letto, soggiorno e cucina, arredate da nicchie sulle pareti per gli oggetti e l’illuminazione, da pozzetti per lo stivaggio dei cereali e dei legumi, dalla cisterna esterna per la raccolta dell’acqua.

Vi sono anche altre cavità destinate agli animali domestici, alla vinificazione, alla spremitura delle olive e alla panificazione. L’espansione urbanistica del villaggio è avvenuta dal basso verso l’alto e in alcuni punti si scorgono i diversi livelli sovrapposti di abitazioni, collegati da scale e cenge aeree.

La magia ha sempre suscitato un certo fascino sull’essere umano. Egli la teme, ma allo stesso tempo ne è attirato. Vi è mai capitato di imbattervi in quello che viene chiamato “affascino”? O nella tagliatrice di Vermi? Sono racconti della tradizione popolare che un pò tutti abbiamo ascoltato. Chissà se qualcuno di voi è anche testimone di queste antiche pratiche. Potrebbe essere argomento di un prossimo racconto.

Massafra, per esempio, si è costruita una fama su questa tradizione popolare, non a caso viene chiamata la “terra dei masciari”.

Legata a questa credenza è la figura di un alchimista, che intorno all’anno 1000 viveva con la figlia nella Gravina delle Rose, dedicando le proprie giornate al trattamento di piante officinali per ricavarne unguenti curativi, attività che aveva portato la gente di Massafra a pensare che praticassero la stregoneria. Parliamo del mago Greguro e di Margheritella.

La giovane raccoglieva le erbe durante la notte, alimentando ancor di più le maldicenze. Si racconta che la fanciulla fosse anche molto bella e che tutti gli uomini del paese la corteggiavano, sedotti da filtri e sortilegi. Venne processata e messa al rogo, per fortuna venne salvata.

L’ingresso della farmacia è una voragine nella roccia verticale e si accede all’interno tramite due scale a pioli. Suggerisco di armarsi di coraggio e salire. Io mi sono inerpicata sulle scale, nonostante le vertigini. Ormai ci sto facendo l’abitudine.

La salita viene subito ripagata da uno scenario emozionante.

La farmacia è suddivisa in diversi ambienti comunicanti tra loro: il primo è composto da spaziose camere mentre il secondo è più piccolo e si accede attraverso un cunicolo basso e stretto.

Intagliato nella roccia una sorta di scaffale con piccole nicchie, in cui è facile riconoscervi la tradizionale colombaia per l’allevamento dei piccioni. Ma trovo più intrigante interpretarla come la gigantesca scaffalatura della farmacia nella quale il mago e sua figlia riponevano le erbe medicinali.

In una terra magica non poteva mancare anche la scoperta di un locale in cui mangiare del buon cibo e la foto che segue racconta tutto.

A casa ci siamo portate nuove bellissime amicizie e la consapovolezza che la sinergia esiste laddove si condivide la qualità del tempo. E così ci siamo promessi un trekking insieme, ma al momento non vi svelo nulla.

Rosanna

La gravina di Ginosa

Situata a pochi chilometri dal confine con la Basilicata, Ginosa è un borgo di particolare bellezza, che sin ad oggi non avevamo preso in considerazione.

Si tratta di un borgo incantato, sospeso nel tempo, dal fascino antico e magico. Con le sue “case-grotta” e le chiese rupestri scavate nella roccia – risalenti a migliaia di anni fa – rappresenta uno degli spettacoli naturali italiani più sorprendenti, insieme alla “sua gemella” Matera.

La guida ci attendeva in Piazza dell’Orologio, un edificio del XIX secolo che ha sostituito il Palazzo del Sedile, sede del Comune, del carcere e dell’ufficio delle tasse. I palazzi che si ammirano ancora oggi, sono costruzioni maestose, eleganti ed armoniose, arricchite da archi, statue e fregi. Nel 1819 le famiglie nobili che abitavano la Piazza furono autorizzate a demolire il Sedile, a causa dei lamenti, delle imprecazioni del reo e degli schiamazzi del popolo che si diffondevano a tutte le ore, determinando una situazione snervante, degradante e malsana, ed a costruire a loro spese la piramide per collocarvi il nuovo edificio.

Il cuore della visita a Ginosa è la sua gravina, che si estende per circa 10 km tutt’intorno al centro storico, come un ferro di cavallo. La gravina è un canyon scavato dall’acqua sulle cui pendici, per secoli, gli uomini hanno scavato case grotta e le hanno abitate. Nella Gravina di Ginosa troviamo ben due villaggi rupestri: Rivolta (il più antico, con resti presitorici) e Casale.

Fra i due rioni, su uno sperone di roccia, si erge il Palazzo Baronale che sembra per buona parte quasi sospeso nel vuoto. Fu costruito per esigenze difensive nell’XI secolo, poi in età rinascimentale è diventato un palazzo signorile, purtroppo non è visitabile.

Nel villaggio di Rivolta le grotte sono disposte su 5 livelli collegati tra loro: la fila di grotte sottostante ospita le cisterne, i cortili e gli orti delle grotte soprastanti, mentre i piani terrazzati sono divisi da muretti di pietre a secco e collegati da ripide stradine e scalinate. Le case-grotta sono visitabili e mostrano le tracce della vita che vi si trascorreva.

L’ingresso delle case è rivolto a Sud in modo da incamerare quanta più luce e calore durante l’inverno e si realizzavano con architettura di sottrazione: si scavava nella tenera calcarenite e si utilizzava il materiale ottenuto per creare gli ingressi e le porte.

Quando entri ti chiedi come fosse vivere qui tanti anni fa, con gli animali in fondo alla stanza ed il camino all’entrata. Non c’erano le fognature, ma tutto era ben organizzato e tutto veniva riutilizzato come concime per i campi.

Attraverso il tratturo ci siamo dirette prima alla chiesetta di Santa Sofia, protetta da una delicatissima cancellata. La Chiesa conserva sul fondo ancora l’altare, sormontato da un dipinto della Crocifissione, ed i sedili di pietra destinati ai fedeli. Ci siamo poi dirette, attraverso un ripido sentiero all’isolata chiesetta rupestre di Santa Barbara, non visitabile a causa delle sue precarie cindizioni, ma al cui interno sono ancora visibili zone affrescate.

Ovunque eravamo avvolte dal profumo di rucola, mentuccia e timo.

Il rione Casale è un altro villaggio rupestre che si incontra scendendo nella conca del torrente, malinconico, abbandonato, ma allo stesso tempo potente.
Qui le case-grotta si mescolano a case che uniscono una parte scavata nella grotta ad una costruita su un altro livello. Il villaggio porta i segni delle alluvioni avvenute nel 1857 e, recentemente, nel 2013 che hanno danneggiato le chiese rupestri dei Santi Medici e di San Domenico.

Giungiamo nel silenzio ai piedi della Chiesa Matrice, costruita in tufo locale. Si gode di un panorama incantato. Il signor Carmelo, nato 72 anni fa in una casa grotta, è il custode della Chiesa Matrice e ha aperto per noi le porte di un luogo che sembra sospeso nel tempo.

Ginosa è stata inaspettatamente suggestiva. Vanta un paesaggio tormentato e grandioso, di grande impatto visivo come a Matera, ma al momento meno manipolato dalle esigenze del turismo di massa. La consigliamo vivamente.

La nostra visita è terminata all’interno dell’info Point di @visitginosa, un’associazione turistica e culturale, nata con l’intento di promuovere il territorio, le eccellenze culinarie e artigianali. Organizzano molte esperienze e noi abbiamo già trovato alcune interessanti che di certo proveremo e vi racconteremo.

Non potevamo andar via da Ginosa senza cenare in un tipico ristorante: salumi e formaggi dal profumo inconfondibile, pasta con cicerchie e pancetta, agnello, zampini e “gnummerjìdd”. Per il dolce non c’era più spazio 🙂

Disneyland Paris.

Chi mi conosce lo sa, non amo particolarmente i parchi divertimento, complice anche i miei problemi di vertigine, comparsi in età adulta. Con il primo figlio ho evitato qualsiasi parco esistente ed intanto lui non faceva richieste, accontentandosi delle giostre durante la festa di paese.

Poi non so spiegarvi bene cosa sia successo, probabilmente mi sono fatta influenzare dagli articoli che spopolano su internet, dai racconti di amici e dalla insistenza delle mie figlie, fatto sta che ho organizzato una intera giornata a Disneyland Paris.

Più volte mi sono sentita dire che 24 ore a Disneyland Paris non sono abbastanza. Ora che ci sono stata mi è chiaro il perché. In un giorno solo, ho avuto la sensazione di non aver fatto nulla, seppur abbiamo cercato di sfruttare al massimo l’intera giornata, dall’apertura all’ultimo minuto prima della chiusura, in compagnia del nostro un nuovo amico, Stitch.

Per fortuna siamo partite informate su questo mondo a sé. Avevamo scaricato un’app, fatto una scrematura delle attrazioni da vedere e creato, sempre con l’applicazione, il nostro percorso. Potevamo conoscere, in tempo reale, la fila esistente per ciascuna attrazione ed effettuare cambi di rotta sul momento.

Nonostante questo ci sono stati 20/30 minuti di fila per alcune attrazioni che non è tantissimo dato che eravamo in marzo.

Considerate che poi ci sono le file anche per mangiare, file per andare in bagno e file per fare le foto con i personaggi Disney. Noi, in verità, avevamo preparato le nostre buonissime baguettes, al mattino, su Rue Montorgueil e con i croissant della pasticceria Storner eravamo prontissime.

Ma attenzione, qualcosa è piaciuto anche a me: le attrazioni di Disneyland Paris sono davvero ben fatte, c’è una grande cura del particolare e le scenografia sono davvero suggestive. Gli abiti ed il trucco dei personaggi sono meravigliosi. Ragion per cui salverei: 1. La parata. 2. Il Musical del Re Leone 3. Lo spettacolo finale di luci.

Dire che a che gli adulti possono vivere un sogno e tornare bambini per un giorno è una visione romantica e idealista che non coincide con la realtà. Almeno la mia.

Ammetto di non essere riuscita a lasciarmi andare alla magia di Disneyland Paris.
Comunque voglio tranquillizzarvi, non ho coinvolto le bambine nel mio giudizio, per loro é stata pura magia.

Per me è stato bello vedere la magia nei loro occhi ❤️.

Alle mie bimbe: sappiate che il mio è stato un grande atto di generosità.

Montmartre

Nel nostro viaggio a Parigi abbiamo dedicato il 4° giorno a Montmatre, in un bel itinerario a piedi. Montmartre è effervescente e dinamica, riesce a trasmettere allegria ed entusiasmo, coi suoi colori variopinti e l’atmosfera bohémienne. Ci siamo perse ad assaporare la magia di ogni angolo, tra vicoletti e piazzette artistiche, in uno dei quartieri più affascinanti di Parigi.

Con la metro siamo arrivate in Place des Abbesses, dove abbiamo acquistato alcuni souvenir molto carini. La zona è ricca di Café giovanili e vivaci che si alternano a negozi di moda.

Erano solo le 10 del mattino e non vi era nessuno davanti al cancello verde che custodisce, nascosto dalla vegetazione, il “Muro dei Ti amo”. Baron, l’artista che lo realizzò, chiese ai suoi vicini di scrivergli la romantica parola nella loro lingua. Arrivò a raccogliere fino a 311 “Ti amo” in lingue e dialetti da tutto il mondo. C’era anche il nostro “Ti amo”.

Lasciata Place des Abesses, abbiamo imboccato Rue Lepic. La notevole ripidità di questa strada non lasciava dubbi, stavamo percorrendo la famosa collina di Montmartre. Intravediamo il Moulin de la Galette, un vecchio mulino che sembra dipinto. In realtà si tratta di due mulini che, ad inizio ‘800, la famiglia Debray utilizzava per produrre la farina o pressare il raccolto.

Diventa famoso quando, nel 1834, la figlia Debray, decise di aprire una taverna vicino ai mulini che presto si trasforma in sala da ballo frequentata da numerosi artisti.

A poca distanza dal Moulin de la Galette, si incontra un’insolita scultura, “Le passe-mureille”. Si tratta di Monsieur Dutilleul, l’eroe del celebre romanzo di Marcel Aymé. Una sera, l’uomo scoprì di avere il fantastico potere di attraversare i muri. Dopo averlo sfruttato per diventare ricco e trovare l’amore, perse il potere e rimase incastrato nel muro di Rue Norvins, proprio dove si trova oggi.

Proseguiamo verso il Sacro Cuore e il café Consulat cattura gli occhi e il cuore. È uno degli edifici più antichi della collina di Montmartre. Con il suo particolare fascino, ci trasporta negli anni ’30, quando vi potevi ascoltare la voce magnetica di Edith Piaf o quando avevi l’occasione di assistere alle conversazioni animate di artisti come Picasso, Van Gogh e Monet.

Numerosi oggetti in ceramica colorata adornano le mura di un vicoletto in cui si trova la pittoresca “Gallerie d’Art”, dove ho acquistato la mia piastrella da collezione.

Dalla galleria si intravede uno degli scorci più famosi del quartiere: la celebre Maison Rose. È un luogo iconico a Montmartre, un bistrot rosa dalle persiane verdi.

Non si conosce l’anno esatto della sua costruzione, ma sembra che sia lì da prima del 1850. Al tempo, era solo una casa modesta tra le tante del villaggio. Nel 1905, fu acquistata dalla moglie del pittore Ramon Pichot e modella di Pablo Picasso, nonché sua ex amante. Secondo la leggenda, durante un soggiorno in Catalogna, la donna, affascinata dai colori pastello di queste case, ebbe l’idea di dipingere di rosa la sua casetta di Montmarte. Molto attenta all’ambiente, ai prodotti di stagione, la cucina della Maison Rose di oggi si ispira alle ricette della campagna francese, così come un tempo.

Da questo luogo ci troviamo davvero vicini alla Basilica del Sacro Cuore!

La basilica bianca, imponente, maestosa è uno dei simboli non solo del quartiere ma dell’intera città francese.

La costruzione della Basilica non è molto antica, i lavori infatti iniziarono nel 1875.  Non vi è uno stile ben definito nella sua architettura, ma certamente salta agli occhi il travertino bianco. A differenza di quello che si potrebbe immaginare, l’interno è abbastanza spoglio, ad eccezione del mosaico di Cristo che abbraccia i fedeli, molto grande posto dietro l’altare, e dei due organi.

Dopo aver visitato l’interno della Basilica del Sacro Cuore, ci siamo affacciati alla terrazza, restando incantati dallo splendido panorama su tutta Parigi.

Avete notato una casa al contrario che spunta dal prato verdeggiante davanti alla Basilica? No? Nemmeno noi! Infatti dopo aver fatto una ricerca sul campo, abbiamo scoperto che trattasi di illusione ottica, inclinando il telefono durante lo scatto la casa risulterà inclinata.

La più artistica, la più amata, la più viva piazza di Montmartre è Place du Tertre. È qui che a fine ‘800, gli artisti iniziarono a vivere non solo per l’atmosfera che si respirava sulla collina, ma anche per gli affitti più bassi rispetto a Parigi

Una piazzetta frequentata da musicisti, pittori e caricaturisti che eseguono ritratti. E’ sempre piena di vita e ciò la rende molto affascinante. Restiamo attratti dal suono della fisarmonica di un artista che intonava canzoni francesi e dal suo gatto nero, che si districava sullo strumento musicale, ipnotizzato.

A montmatre, il tempo sembra essersi fermato al periodo della Belle Èpoque.

Quasi un piccolo mondo a sé che, anche se negli anni è diventato un cliché assediato da masse di turisti e ha perso molta della sua autenticità, conserva ancora il fascino del suo periodo aureo: rifugio di poeti maledetti e artisti di strada, misterioso, eccletico ed affascinante.

Castello Dentice Di Frasso. Carovigno

Castelli  che custodiscono segreti di un tempo che si vorrebbe perpetuare con echi di leggende e tradizioni che evocano riti e celebrazioni  di profonda devozione popolare: siamo a Carovigno.

Il suo splendido castello ha conosciuto molti proprietari e subito grandi trasformazioni, fino a diventare un’importante residenza gentilizia già prima del XVII secolo.

Il Castello Dentice di Frasso è uno degli oltre trenta castelli della Puglia Imperiale, che ci dà il senso della fortezza, ma aggraziato con ricchi decori barocchi. Qui l’attenzione si focalizza sulle forme particolari di una struttura rimaneggiata nel tempo, evidenziate dalla minimalità che aleggia negli spazi interni, rimasti in gran parte spogli di arredi, mobili e suppellettili.

La fortezza fu eretta nel XII secolo in stile normanno-pugliese probabilmente su un preesistente sito messapico.

All’interno, sull’arco del portone principale, c’è il blasone in pietra del casato Dentice di Frasso e sotto lo scudo, lungo il nastro sinuoso dalle code bifide, la scritta ‘Noli me tangere’ (non mi toccare). A sinistra del portone una pianta di kenzia ormai ultracentenaria, messa a dimora dalla stessa contessa  Elisabetta Schlippenbach.

A destra una splendida balconata in pietra calcarea, sostenuta da 18 mensole finemente lavorate aggiunta come elemento decorativo nel XVIII secolo.

Da un piccolo cortile interno si accede sia alle “segrete” che ai piani superiori. Le prime sono cunicoli stretti e bassi, con locali scavati nella roccia, che scendono di circa 5 metri sotto il livello stradale. Nati probabilmente come prigioni, divennero in seguito depositi per olio e vino, nevaio e magazzini, purtroppo si accede solo con la guida, che domenica non era disponibile.

Delle sofferenze nel passato di Elisabetta, si è saputo solo dopo il ritrovamento di un diario di memorie, racchiuso in una cartella in seta verde bordata e legata con un cordoncino. Nelle pagine del diario si racconta dello scalpore negli ambienti cattolici e benpensanti di corte per quell’inaccettabile divorzio, da quel marito, molto più anziano, impostole prima dei 17 anni.

Donna forte di nobile casata austriaca che a fine Ottocento sceglie la libertà separandosi dal marito e da una realtà molto agiata. Rinuncia al figlio, viaggia per un lungo periodo sino all’incontro con Alfredo e l’amore vero. La immaginiamo in una delle splendide terrazze del castello, nelle sale destinate al laboratorio di tessitura, nei giardini.

Il centro storico di Carovigno è piccolo. Lo giriamo a piedi e godiamo del silenzio prima di entrare in una piazzetta con musica dal vivo e buono street food.

Di chiese a Carovigno ne troverete tante, ciascuna con una storia diversa. Case bianche tinteggiate a calce, le coorti, i cortili ingentiliti da una panchina colorata, una pianta di fico d’india, preziosi accenni delle epoche passate.

Le temperature piacevoli ci invitano a spostarci lungo la costa, nella frazione di Carovigno, Torre San Sabina. Una normale spiaggia della costa adriatica che nasconde una storia antichissima e affascinante: quella di un porto molto importante, utilizzato fin dal VII secolo a.C. dalle navi mercantili oggetto dei traffici con la Grecia. 

Siamo ad ottobre inoltrato, è la Puglia regala ancora giornate indimenticabili.

Basilicata: una terra dove sognare.

Alcuni giorni fa ho pubblicato alcune cartoline dalla Basilicata, anticipando l’argomento di questo breve tour.

Il 14 agosto abbiamo deciso come sempre si rinuciare al mare, perchè sempre troppo affollato, e siamo partite alla volta di Pietragalla, un piccolo comune della provincia di Potenza, dove la cultura del vino è rappresentata da una particolarissima architettura rurale: il parco dei Palmenti.

Si tratta di piccole case di pietra agglomerate, con i tetti ricoperti di erba e piccole porticine come uscio. E’ un luogo spettacolare al di là di ogni immaginazione, sembra di essere catapultati nella contea degli Hobbit de “Il Signore deglia anelli”.

I palmenti per Pietragalla rappresentano il luogo che un tempo profumava di uva e di mosto, il cuore pulsante di un’antica civiltà contadina.

Ogni palmento è caratterizzato da una o più vasche al suo interno, da una piccola porticina per l’ingresso e da una feritoia in alto utile alla fuoriuscita dell’anidride carbonica che si creava durante la fermentazione. L’uva raccolta nei vigneti circostanti e trasportata con asini in bigonce, veniva versata nella vasca più piccola e alta e pigiata a piedi nudi. Trascorso il periodo di fermentazione il vino veniva spillato dalle vasche in tufo per essere trasportato nelle “rutt” ovvero, le cantine costruite direttamente al di sotto del piano viabile sul quale il paese in forma circolare e concentrica è collocato.

Se i palmenti nascono li dove nasce il sole, ovvero a sud est di Pietragalla, per permettere di cominciare il lavoro all’alba, le rutt sono state costruite a nord, nella parte più ventilata e più fredda del paese detta Mancusa. 
Le rutt inoltre, grazie al tufo mantengono un livello sia di umidità che di temperatura costante per tutto l’anno proteggendo il vino dal caldo estivo e dal gelo invernale.

Il vero tuffo nel passato lo abbiamo fatto con la visita alla Casa Museo della civiltà contadina. Qui siamo state catapultate in un’epoca fatta di pizzi e oggetto di uso comune che raccontano di famiglie benestanti e di contadini, che testimoniano la vita dura nei campi e la frugalità dei pasti.

Da Pietragalla ci siamo spostate, sulla sommità di un colle a 800 metri di altitudine, dove sorge un borgo di grande fascino e mistero: Acerenza. La serata è inziata nel borgo storico che formicolava di gente per una notte bianca tutta particolare, in cui otto antiche botteghe, chiuse da anni, sono state trasformate in pop-up espositivi temporanei, per “un’immersione creativa multisensoriale”

Veduta panoramica dalla nostra stanza
Notte bianca ad Acerenza

Conosciuta anche come la “Città del Duomo” per via della maestosa cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta, che domina l’antico borgo, nasconde nei suoi vicoli lastricati misteri e leggende, a cominciare dal Santo Graal che ne esalta il fascino.

Duomo

In pochi lo sanno, ma il fondatore dell’ordine dei Templari nacque a Forenza, un paese vicino ad Acerenza e per questo motivo Acerenza divenne il luogo di partenza e arrivo dei Cavalieri Templari. Per questo motivo Acerenza è così piena di misteri, al punto che si pensa sia proprio qui il Sacro Graal. Nella cripta della Cattedrale si può vedere una piccola finestrella da sempre murata e molti studiosi hanno ipotizzato che proprio qui si possa trovare la coppa dell’ultima cena.

Il mistero si infittisce con un’altra leggenda: si racconta che la cattedrale ospita anche la salma della figlia del conte Vlad III di Valacchia, famoso come il Conte Dracula. Alcuni tratti distintivi dell’edificio, tipici dell’arte architettonica rumena, possono essere attribuiti alla stirpe del temibile Impalatore, in particolare un drago alato, simbolo della nobiltà della Transilvania.

Acerenza è misteriosa e invita a perdersi nei suoi vicoli, dove spiccano antichi palazzi storici, con portali in pietra splendidamente decorati e varie fontane. Dietro la cattedrale, dalbelvedere “Torretta”, si gode di una magnifica vista del paesaggio dell’Alto Bradano disegnato da vigneti, boschi secolari, alberi monumentali e sorgenti millenarie: un vero spettacolo visivo e spirituale.

Ad Acerenza, inoltre, c’è un allevamento di irrestitibli Alpaca. Animali originari delle Ande sudamericane, abituati a vivere a migliaia di metri d’altezza che però hanno ritrovato le condizioni ideali di vita nel silenzioso paesino.

Prima di rientrare siamo passate dal lago di Acerenza. Una diga artificiale famosa per i boschi che la circondano e l’acqua del lago verde smeraldo, al punto che sembra di essere in uno dei tanti pittoreschi laghi delle alpi.

Spero di evervi incuriosito in questo breve viaggio e con le nostre foto.

Nel Blu profondo del Golfo di Taranto.

Scrivo in differita di giorni questa pagina. Avrei bisogno di altro tempo per fermare il tempo, ma le mie due bambine sono un acceleratore continuo, oltre al lavoro, in questo periodo.

Vi raccontiamo una domenica insolita a Taranto, alla ricerca dei delfini liberi in mare.

Abbiamo mollato gli ormeggi e, con l’associazione JDC Jonian Dolphin Conservation, ci siamo diretti nel blu profondo del Golfo di Taranto. L’associazione svolge attività essenzialmente di ricerca, condotta su esseri viventi liberi e selvaggi, nel loro habitat naturale ed in maniera assolutamente non invasiva. Non aspettatevi di nuotare con loro o di toccarli, ma vi assicuro che osservarli nel loro ambiente vi trasmetterà un’emozione che rimarrà impressa per sempre.

Siamo salpati dal molo S. Eligio, navigando nelle tranquille acque del Mar Grande e, mentre i ragazzi ci spiegavano le loro attività, siamo arrivati in mare aperto. La costa non si vedeva più. Le biologhe con i loro binocoli aguzzavano la vista alla ricerca di una pinna. Eravamo ormai rassegnate a non vederli, ma all’improvviso una di loro indicava la rotta al comandante. Aveva visto un balzo!

Il cuore ha accelerato e istintivamente siamo scattate tutti in piedi eccitati, ma le biologhe ci hanno raccomandato voce bassa e pochi rumori per non spaventarli.

Ciò che è accaduto subito dopo è difficile da descrivere.

Non saprei dire quanto tempo abbiamo trascorso a guardarli, incantati, ma quando è giunto il momento di tornare indietro, ci è sembrato davvero troppo presto. Si era fatto tardi ed eravamo troppo lontani dalla costa.

Merita anche di essere raccontato, però, il viaggio di rientro.

A circa due miglia della costa, siamo stati sorpresi da una improvvisa e violenta tromba d’aria che ha messo in serie difficoltà tutto l’equipaggio. Io e mia madre, abbiamo abbracciato le bambine con il telo da mare, cercando di riparlarle dalla pioggia battente, ma sentivamo le gambe martellate dalla grandine. Indescrivibile. Lo staff, prontamente, ci ha fornito i giubbini salvataggio. Eravamo terrorizzati.

Ma fortunatamente è andato tutto per il meglio.

Solamente quando siamo arrivati in porto ed è tornata la connessione internet abbiamo compreso la portata della tromba d’aria attraverso i social. Qualcuno sulla terra ferma ha avuto una crisi di panico, qualcuno piangeva ancora.

Ma dopo dieci minuti eravamo li a parlare della meraviglia della natura e dello spettacolo visto nel blu profondo e tra una chiacchera ed un’altra eravamo già asciutte. Era già lontano il ricordo di quella strana tempesta.

Il fiume Tara ci stava aspettando.

Secondo la leggenda, circa 2000 anni prima della nascita di Cristo, il giovane Taras sarebbe giunto presso il corso d’acqua, che da lui stesso avrebbe preso il nome. Sempre secondo la leggenda, Taras avrebbe edificato una città prima di scomparire nelle acque del fiume e di essere assunto fra gli eroi dal padre Poseidone.

La leggenda collega Taras anche ai delfini. Si racconta infatti che, mentre il giovane si trovava sulle rive italiche dello Ionio, sia apparso improvvisamente un delfino, segno che interpretò di buon auspicio e di incoraggiamento per fondare una città.

Alle acque del Tara la popolazione attribuisce da sempre virtù terapeutiche, considerandole rimedio efficacissimo contro i reumatismi o persino malattie ben più gravi. All’origine di questa frequentazione del fiume vi è una antica leggenda secondo la quale un contadino portò un vecchio asino malato a morire lungo le sue sponde, ma ripassando dopo qualche mese rivide l’animale risanato proprio dalle acque del fiume.

Ancora oggi il 1 settembre di ogni anno si vedono gruppi di persone devote alla Madonna del Tara, immergersi all’alba recitando il rosario tutti insieme per ringraziare Dio della buona salute concessa e propiziarsi un futuro senza malattie.

Dal 1950 le acque del fiume Tara sono utilizzate per l’irrigazione dei campi, per la raccolta dei giunchi che crescono in abbondanza lungo le sue sponde e, dagli abitanti di Massafra, per intrecciare cesti e sporte.

Anche Taranto, ormai, è entrata in punta di piedi nel nostro cuore 🙂